venerdì 30 gennaio 2015

Dalla Svizzera al QE di Draghi: Il mercato globale è pieno di bombe ad orologeria innescate





di Francesco Simoncelli


Giovedì scorso lo zio Mario ha infine accontentato chi si stracciava le vesti affinché implementasse misure straordinarie data la presenza di una situazione straordinaria che non vuole scomparire. Dopo tutte le promesse fatte sin dal suol discorso "whatever it takes", esse si sono in qualche modo concretizzate nell'ultima conferenza stampa in cui informava il pubblico che la BCE è ormai disposta ad inglobare nel suo bilancio circa un terzo del debito pubblico emesso da ogni Paese della zona Euro. Sebbene il rischio sugli asset acquistati sia stato ripartito sulle varie banche centrali nazionali, ha tenuto a ricordare che l'OMT è ancora in piedi e può essere usato in qualsiasi momento. Rassicurante. Viene da chiedersi come mai i vari giornalisti presenti alla conferenza stampa fossero preoccupati perlopiù del "risk sharing"... Basilea III non ci assicurava del contrario? Draghi ha glissato con sorrisi beffardi. In realtà sa che il debito dei Paesi europei, soprattutto quelli della periferia, sono solamente bombe ad orologeria finanziarie. I rendimenti ridicoli dei titoli di stato italiani, ad esempio, sono figli della repressione finanziaria attuata dalle varie banche centrali del mondo.

La ZIRP e i giri di quantitative easing della FED hanno assicurato un flusso continuo di risorse monetarie con cui gli speculatori di Wall Street, principalmente hedge fund e banche commerciali, hanno potuto pasteggiare azzerando il rischio connesso. L'oceano di liquidità partorito dalla FED è stato utilizzato da questi giocatori d'azzardo per fare offerte in lungo e in largo il mercato mondiale e raccattare tutti quegli asset che avevano rendimenti in grado di fornire loro carry trade sempiternamente proficui. Ogni intervento della banca centrale ha sortito una manipolazione sempre maggiore. I mercati sono drogati di denaro fiat, non ne possono fare a meno pena un dolore economico senza precedenti. Sono stati, quindi, rastrellati tutti quegli asset che a fronte di tassi di interessi monetari prossimi allo zero avrebbero garantito un ritorno positivo sugli "investimenti". Sin dal 2008 il price discovery all'interno dei mercati mondiali è stato severamente distorto, creando un ambiente economico in cui sono state piazzate varie bombe ad orologeria finanziarie.

Il primo settore a subirne le conseguenze è stato quello obbligazionario degli stati, i cui rendimenti sono stati abbassati artificialmente grazie agli interventi delle banche centrali, in particolare la FED, la PBOC e la BOJ. Fornendo benzina quasi gratis, è stato sovvenzionato azzardo morale per tenere in piedi un settore dell'economia che avrebbe avuto bisogno di una severa pulizia da parte delle forze di mercato. Invece, a seguito del crash immobiliare del 2008, le banche centrali hanno fatto quello per cui sono state create: preservare il cartello di cui sono a protezione e sostenere le finanze degli stati.




Infatti i primi due QE della FED sono serviti a puntellare i bilanci disastrati delle banche commerciali, le quali hanno potuto sopravvivere nonostante la mole di asset non performanti sui loro bilanci. Beh, poco male... anche perché a cosa servirebbe la doppia contabilità altrimenti? Se poi ci aggiungiamo che si può essere salvati da un cosiddetto prestatore di ultima istanza, le cose si fanno molto più semplici. Quindi per garantirsi un flusso continuo di rendimenti, i giocatori d'azzardo sopracitati si sono letteralmente lanciati nel mercato divorando qualsiasi cosa potessero acquistare. Nel caso dell'Europa, ha permesso alla BCE di respirare e tirare per un pò il freno a mano. Guardate il grafico qui sopra. Notate come nel 2013 i bilanci della FED divergano da quelli della BCE. I giocatori d'azzardo, attraverso i fondi elargiti generosamente dalla FED, hanno potuto rastrellare il pattume obbligazionario dei vari stati europei, affittando, in un certo senso, il debito pubblico della periferia dell'Eurozona. Se questa mossa è servita principalmente per ammorbidire i tedeschi riguardo l'implementazione di un QE attraverso la propaganda martellante di una "catastrofe deflazionistica", non lo so; sta di fatto che in questo modo la zona Euro ha comprato tempo.

A conferma della mia tesi abbiamo lo stop al QE da parte della FED. Oltre a confermare un certo grado di cooperazione tra le varie banche centrali, notiamo come l'inflazionismo monetario sia ormai cronico all'interno del panorama economico. Infatti, sebbene Draghi abbia ricordato giovedì scorso che le attuali misure sono in qualche modo temporanee e da terminare entro il settembre del prossimo anno, ha raccomandato che gli stati europei adottino riforme strutturali. Non lo faranno. Non l'hanno fatto finora e non possono farlo in futuro. Perché? Perché l'apparato statale conosce un solo verbo: spendere. Non sa fare altro. Prende coercitivamente da un gruppo e in qualche modo redistribuisce tale ricchezza pensando di poter indirizzare il mercato secondo il suo volere. Non funziona così. Non possedendo la capacità di effettuare un calcolo economico in accordo con i desideri del mercato, è destinato a imprimere sempre di più la sua volontà su quella del libero mercato. Questa influenza si estende nel breve termine. Si protrae nel medio termine. Muore nel lungo termine. Man mano che si va avanti, però, le informazioni da controllare si fanno così numerose che il brevissimo termine diventa la sola cosa che è possibile prevedere. E' insostenibile. E' per questo che il QE della BCE non si fermerà il prossimo settembre. O continuerà ad intervenire, o lo dovrà fare un'altra banca centrale. In entrmabi i casi il dado è ormai tratto.

Che sia attraverso un'inflazione di massa o una depressione, le manipolazioni delle banche centrali semplicemente non possono andare avanti all'infinito. Il mercato si aggiusta ai nuovi segnali, e per tenere in piedi le vecchie politiche è necessario intervenire di nuovo con maggiore veemenza. Ma, soprattutto, non è possibile smobilitare le vecchie politiche pena un panico generale con relativa perdita del controllo. Guardate infatti il bilancio della FED, è rimasto stazionario. Lo stesso vale per le riserve in eccesso create ed iniettate nelle banche commerciali: sono ancora tutte lì. Non c'è via di scampo. Le banche centrali si sono intrappolate. Infatti ritirare quelle riserve significherebbe esporre all'insolvenza tutti quegli istitituti che fino ad ora sono stati sorretti artificialmente dalle banche centrlai, e attraverso i quali è stata venduta a Main Street l'illusione di una ripresa nominale. La svendita dei titoli di stato sarebbe pressoché immediata causando buchi enormi sia nei bilanci delle banche commerciali, degli hedge fund e dei fondi pensione, sia in quelli delle banche centrali stesse. E' stato grazie ai primi che l'euforia è stata fatta passare dal settore obbligazionario statale a quello azionario.

Sebbene la maggior parte del denaro creato dalla FED è stato parcheggiato presso i suoi depositi, una modesta porzione di esso è finito in nuovi prestiti. A fronte di norme più stringenti da parte delle banche commerciali e di una maggiore richiesta di garanzie liquide, gli unici che potevano permettersi di accendere dei prestiti erano quelle figure che potevano mettere sul banco un grande ammontare di liquidità nel caso di default. E' in questo modo che i ricchi sono diventati più ricchi. Questi prestiti, però, non sono stati utilizzati per migliorare i prodotti creati dalle aziende o a sovvenzionare settori come la Ricerca & Sviluppo. No, questi fondi sono finiti nella bisca di Wall Street, andando a gonfiare altre bolle finanziarie.






Il risultato che abbiamo ottenuto è una stagnazione industriale e le varie grandi industrie forzate a ri-acquistare le proprie azioni invendute. Purtroppo per i pianificatori centrali, questi sono trucchi che funzionano una sola volta e come possiamo vedere dal grafico sulle entrate dell'IBM stanno già esauendo la loro magia. Poi entra di nuovo in gioco la realtà. Per prolungare la baldoria si lascia che entrino nel casinò anche gli investitori marginali, coloro il cui compito è venire spennati. Questi sono coloro che arrivano per ultimi alla festa e comprando ai massimi, sperano che il mercato continuerà a salire.





L'ingegneria finanziaria delle banche centrali ha, quindi, soppresso la maggior parte dei rendimenti all'interno del mercato mondiale, lanciando segnali rassicuranti secondo cui non c'è nulla di cui preoccuparsi. Proprio ora si sta festeggiando la pseudo-ripresa degli Stati Uniti. Sarebbero queste le basi? In realtà sono decisamente fragili. Allo stesso modo si festeggia anche in Europa per l'avvenuta conversione di Draghi al keynesismo sotto steroidi. Si presume che questa misura cambierà cinque anni di completo degradamento. Non succederà. Perché? Per lo stesso motivo per cui non ha funzionato negli Stati Uniti e in Giappone. Il denaro è semplicemente un mezzo di scambio e attraverso di esso facilitiamo le nostre interazioni con quegli individui con cui commerciamo. Pompare nuova moneta nell'economia non aiuta affatto a migliorare questa realtà, anzi mette in moto un processo in cui si viene scambiato qualcosa per niente. Coloro che ricevono per primi le nuove unità di denaro possono approfittarne per entrare in possesso di vantaggi che coloro che lo riceveranno per ultimi non avranno. In questo modo il beneficio dello scambio, che permette ad entrambe le parti che lo performano di stare meglio, viene sbilanciato a favore di una parte. Detto in parole povere, è la banca centrale che alimenta le disuguaglianze sociali ed economiche.

Nonostante tutte le chiacchiere sfornate dai media mainstream, i salari mediani delle famiglie statunitensi sono diminuiti negli ultimi 6 anni e il tasso di povertà è aumentato con 47 milioni di americani ora dipendenti dai food stamp e dai vari assegni sfornati dal governo federale. La stagnazione industriale e la ridondanza degli investimenti preclude una correzione dei mercati, permettendo così alle forze di mercato di direzionare le risorse matriali e umane verso quei bisogni più urgenti da soddisfare. Succederà altrettanto in Europa. Nonostante il QE, i fondamentali non cambieranno affatto. La lotta di Main Street non cambierà affatto. Questo significa che lo stato farà nuove promesse e continuerà a spendere. Non c'è modo di cambiare questa realtà: la pianificazione centrale dell'economia è destinata ad esplodere in faccia a coloro che credono di poterla utilizzare per direzionare l'economia. Essi agiscono in base ai loro modelli matematici, ignorando la volontà del mercato. Infatti l'attuale misura di QE è stata implementata facendo ricorso alla sciocca identità contabile enunciata da Irving Fisher: M*V=Y*P. In questa relazione si presume che la fotografia di scambi monetari effettuati in un certo momento nel tempo, possano fornire un qualche indizio su dove andrà l'economia e come poterla indirizzare. I monetaristi, nel caso specificio, affermano che V (velocità circolazione moneta) può essere considerata costante e che Y (prodotto nazionale lordo) non sia affatto influenzato dalle variabili monetarie e quindi assumenre che sia costante nel breve termine. In questo modo possono affermare che un qualsiasi aumento di M (massa monetaria) si ripercuoterà proporzionalmente in P (prezzi aggregati).

Arrivare ad una conclusione simile, però, è sbagliato. È molto importante capire chi riceverà la nuova moneta, come la spenderà e in quale lasso di tempo. Inoltre va considerato qual è il sentimento delle banche e dei consumatori (se sono, rispettivamente, disposti a prestare e a prendere in prestito), quali sono le aspettative per il futuro, ecc. Tutti elementi che in quella identità contabile spariscono, e quindi diviene facile affermare che i banchieri centrali possono essere in grado di "stabilizzare" i prezzi agendo sul lato della massa monetaria. Non è un caso se le due crisi economiche più devastanti dell’età contemporanea siano state precedute da un decennio in cui si riteneva che gli obiettivi di “stabilità dei prezzi” fossero stati rispettati.

Infatti, come abbiamo visto in un precedente articolo, i motivi per cui la stampa monetaria senza precedenti non si è materializzata in inflazione dei prezzi sono molteplici e non riconducibili a fredde operazioni matematiche. Ma non ottenendo i risultati desiderati, i banchieri centrali continuano a spingere sullo stesso tasto. E' una strada pericolosa quella su cui stiamo camminando, perché la presunzione di conoscenza da parte dei banchieri centrali sta tenendo in piedi un sistema sociale ed economico al collasso. Infatti la crisi che ancora perdura non è affatto di origine ciclica, ma è strutturale. I mercati del debito hanno raggiunto un punto di saturazione che sta lentamente consumando il bacino dei risparmi reali dell'Europa. Infatti le forze di mercato stanno spingendo per una recessione, visto che ce n'è bisogno, ma vengono contrastate dalle forze anticicliche delle banche centrali che hanno permesso un lieve deleveraging nel settore privato gonfiando a dismisura quello pubblico. Austerità? Non per lo stato. Deflazione? Nei sogni degli statalisti. Cosa mai potrebbe andare storto?



EVENTI IMPREVISTI: LA THAILANDIA, LA SVIZZERA E LA GRECIA

I banchieri centrali sono esseri umani. Non c'è bisogno quindi di "divinizzarli". Sono come voi e me, e possono commettere errori stupidi come voi e me. Inoltre, sempre come voi e me, possono cercare testardamente di riparare ai loro sbagli cercando di mettere toppe qua e là nella speranza di poter aggiustare laddove è stato commesso l'errore. Diversamente da voi e me, però, essi sono in grado di influenzare il resto dell'economia attraverso le loro azioni. Se io, ad esempio, dovessi commettere un errore con la mia azienda e cercassi di correggerlo, nel caso fallissi ci rimetterei solo io. Il mercato mi sostituirebbe con un altro attore in grado di imparare dai miei sbagli. Nel caso dei banchieri centrali, invece, essi possono deturpare i segnali di mercato all'interno del panorama economico attraverso la politica monetaria. Se falliscono, quindi, chi ci rimette è una grande fetta della popolazione che invece non è responsabile.

E' per questo motivo che gli Austriaci, e in particolare Ron Paul, ha sempre sostenuto la possibilità di chiudere una volta per tutte la FED. E' per questo che io ho sempre sostenuto la chiusura di una qualsiasi banca centrale sul suolo europeo. Infatti i banchieri centrali, essendo umani come noi, credono testardamente di poter raddrizzare le cose facendo riferimento al set di strumenti a loro disposizione per contrastare situazioni presumibilmente contrarie all'economia. Entra in gioco anche un fattore psicologico: non vogliono fare la figura degli incompetenti così come non la vorrebbe fare un qualsiasi imprenditore a capo di un'azienda. Entrambe le figure perseverano fin quando la situazione non diviene praticamente insostenibile e devono gettare la spugna. Nel caso dei banchieri centrali, però, ciò apre la porta a tutta una serie di conseguenze non volute. Un esempio recente lo ritroviamo nella volontà della BNS di togliere il tasso di cambio ancorato con l'euro a 1.20 CHF.

Nel 2009, a seguito della crisi scoppiata in Grecia, gli investitori spaventati dalle conseguenze che i conti greci truccati avrebbero potuto generare, decisero di diversificare i loro asset puntando sul franco svizzero. La frenesia legata a questo trading ha inizialmente fatto salire il valore del CHF rispetto all'euro. Sebbene i grandi esportari si lamentassero nei confronti della BNS, c'era anche un altro settore che stava iniziando a subire perdite: le banche commerciali. Le loro attività guardano principalmente all'estero e hanno asset denomianti in euro e passività in franchi. Se, ad esempio, A prende in presito euro dalla banca svizzera B e l'euro nel corso del tempo si svaluta, tale svilimento andrà a favore di A facendo crollare il valore del prestito sul bilancio di B. Se invece C prende in prestito franchi (e la sua fonte di guadagno è denominata in euro) dalla banca svizzera D e il franco si rivaluta nel corso del tempo rispetto all'euro, per un po' D avrà un vantaggio su C. Ma a lungo andare l'onere del debito potrebbe farsi troppo gravoso per C e potrebbe andare in default. Quest'ultimo scenario sarebbe peggiore rispetto al primo.

In entrambi i casi i bilanci delle banche commerciali si erodono. La BNS, quindi, ha pensato di agganciare il franco svizzero all'euro ad un cambio fisso, in modo da garantire un certo "equilibrio". In questo modo la BNS si è impegnata a stampare franchi e venderli per comprare euro e altre valute estere.




La popolazione svizzera non ne ha affatto goduto e ha dovuto sopportare il fatto di ritrovarsi per le mani un mezzo di scambio svilito. Situazione che si sarebbe acuita poiché nell'aria aleggiava già lo spettro di un QE europeo, cosa che avrebbe costretto la BNS a seguire la BCE in una svalutazione competitiva senza fine. Detto in modo diverso, la BNS avrebbe dovuto espadnere a dismisura un bilancio già incredibilmente gonfio stampando franchi svizzeri e comprando valute estere. D'altro canto questo sarebbe stato un enorme pasto gratis agli speculatori sui carry trade, i quali avrebbero potuto prendere in prestito franchi svizzeri a tassi di interesse ribassati e investire in valute estere con tassi di interesse più alti. Fino al 15 giugno scorso questo carry trade ha retto e dato che trading simili vengono effettuati con una forte leva finanziaria, la decisione di togliere il peg ha causato non poche vittime nel mondo finanziario. Soprattutto a causa della rivalutazione repentina da parte del franco svizzero. Sono, quindi, fioccate le margin call e parecchi trader si sono ritrovati pesantemente esposti a perdite ingenti: prendete ad esempio Everest Capital's Global Fund, FXCM, ecc.

Anche le banche commerciali e la stessa BNS sono rimaste vittima di perdite di bilancio, poiché le passività in franchi erano superiori agli asset (a causa della continua perdita di valore dell'euro). E' molto probabile che la BNS abbia voluto fermarsi ora puntando tutto sull'apprezzamento del dollaro in modo da tamponare le perdite. Sebbene sia molto difficile che una banca centrale possa dichiarare bancarotta, la BNS ha preferito non seguire nell'oblio l'euro e ingurgitare ora la pillola amara del dolore economico. I controlli dei prezzi, di qualsiasi tipo, distorcono il caclolo economico e favoriscono un'allocazione errata delle risorse.

Nel 1997 il thai baht venne sganciato dal suo peg con il dollaro. Il tasso di cambio artificiale aveva creato investimenti improduttivi in tutta l'area del sud-est asiatico, e quando venne smobilitato la stessa regione sprofondò in crisi. L'anno successivo il panico si diffuse in Russia, mandando in default la nazione per il suo debito. C'era un hedge fund statunitense estremamente esposto al mercato obbligazionario russo che a causa di questa crisi era ad un passo dal fallimento: Long-Term Capital Management (o LTCM). Se questo hedge fund fosse fallito, non avrebbe più potuto pagare i suoi obblighi nei confronti delle banche di Wall Street, le quali si sarebbero ritrovate grossi buchi di bilancio. LTC venne quindi salvata da JPM, Citibank e Goldman Sachs con la complicità della Federal Reserve che tagliò i tassi di interesse e aprì le porte alla bolla dot-com.

I banchieri centrali credevano di avere tutto sotto controllo, invece la loro presunzione di conoscenza è esplosa loro in faccia circa 7 anni dopo quando scoppiò il mercato dei mutui subprime. Vennere spiazzati perché puntellarono gli hedge fund e si ritrovarono per le mani una bomba ad orologeria finanziaria da un'altra parte. Quindi corsero ai ripari, proveddendo ad espandere l'offerta di moneta della nazione ad un livello mai visto prima per salvaguardare i "big player" e ad implementare misure più restrittive per la concessione di nuovo credito. Ma come è accaduto in quegli anni, stanno ignorando da dove arriverà il prossimo colpo alla loro presunta onniscienza: il falso boom nel mercato dell'olio di scisto. L'espansione artificiale dell'offerta di denaro e la ZIRP hanno contribuito a creare un'euforia senza precedenti nel mercato petrolifero, inducendo varie imprese ad investire in tale settore credendo che il prezzo del petrolio sarebbe rimasto "per sempre" tra gli $80-100/bbl. Non solo, ma i mercati emergenti hanno scommesso anche su un dollaro debole, invece si sta rafforzando a seguito del QE in pausa e di un probabile aumento dei tassi di interesse. Così come accaduto nel 1997 e successivamente nel 2007, le crisi sono scoppiate a seguito di eventi presumibilmente "insignificanti" che hanno messo in moto un domino di eventi i quali sono culminati con una crisi. La Svizzera, quindi, con la sua recente decisione di togliere il peg con l'euro potrebbe aver messo in moto quella che sarà la prossima crisi. I mercati mondiali sono saturi di debito e distorsioni da parte delle banche centrali, e se la storia è una maestra di vita tra un anno o due potremmo osservare le tremende cosneguenze dell'esplosione di queste bombe ad orologeria finanziarie.

Infine, oltre alla decisione improvvisa della Svizzera che ha inflitto numerose perdite, c'è da considerare la Grecia la quale rappresenta ancora una mina vagante all'interno dell'Eurozona. Se gli eventi messi in moto dalla BNS sono lenti a dipanarsi, un improvviso default della Grecia accelererebbe il tutto. Il Paese ellenico è esposto a circa €300 miliardi di debiti nei confronti del FMI, degli altri paesi della zona Euro, della BCE e di creditori privati. Dato che i pianificatori centrali vogliono tenere in piedi un'economia insostenibile basata sugli eccessi pre-crisi, la Grecia dovrà andare in default per gran parte di questo debito. Questo è il motivo per cui nessuno smetterà di gettare denaro in questa dolina economia. Questo è il motivo per cui tutti i moniti del nord Europa nei confronti del sud Europa sono un bluff. Sono tutti sulla stessa barca. Un piccolo cambiamento nello status quo potrebbe mettere in moto eventi che manderebbero repentinamente fuori controllo la presa della pianificazione centrale sull'economia europea.

Quindi questo teatro Kabuki andrà avanti, con una parte che premerà per riforme strutturali e l'altra che continuerà a ricevere denaro non facendole. Quando mai è stato possibile risolvere una crisi del debito aggiungendo ancora più debito?



CONCLUSIONE

Quello che ormai si vede regolarmente sui mercati è una continua corsa per seguire trend fasulli che si pensa possano continuare per sempre. Una volta che si invertono gli sciocchi rimangono con un pugno di mosche in mano. Non capiscono come le banche centrali siano delle abili manipolatrici, o se lo comprendono lo ignorano e cercano di fare front-running alle loro decisioni. Ma quando le inversioni di trend stabiliti sono repentine, le perdite sono enormi ed impreviste. Allo stesso modo, pochi oggi si aspettano un aumento dei tassi di interesse e dell'inflazione nei prezzi. Quando ciò accadrà, perché è inevitabile che accada, allora tutto quello in cui si è creduto finora cadrà a pezzi. I fondamentali delle varie economie sono distorti ed è per questo motivo che le stesse forze che hanno costretto la BNS ad invertire il suo controllo dei prezzi, agiranno anche sulle altre banche centrali del mondo. Le forze di mercato sono inesorabili.

La lezione che a questo punto avremmo dovuto apprendere dai recenti sconquassi finanziari, è che gli apologeti dello stato e i banchieri centrali non sono degni di fiducia. Non imparano dai loro errori, e i loro presunti tentativi di aggiustare le cose finiscono per peggiorarle. L'unico modo per proteggersi dalla loro follia crescente e dalle bombe finanziarie sparse in tutto il mercato globale, è possedere oro.


giovedì 29 gennaio 2015

Il fine partita keynesiano si cristallizza nella follia monetaria del Giappone





di David Stockman


Se gli stampatori folli presso la BOJ venissero trattati come dei paria dal resto del mondo, potremmo rallegrarci del fatto che sul pianeta c'è ancora un minimo di sanità mentale. Ma avviene l'opposto. Istituzioni come il FMI, il Tesoro degli Stati Uniti e le altre grandi banche centrali li incitano, mentre la squadra di piromani keynesiani guidata dal professor Krugman si lamenta che il Giappone sia troppo mite con il suo "stimolo".

Adesso abbiamo nuovi dati che ci conferamo di come il Giappone sia un manicomio finanziario — anche se il suo modello di politica è abbracciato da funzionari e analisti di un certo calibro. La notizia più recente riportata dal Cabinet Office ci informa che quest'anno il tasso di risparmio delle famiglie del Giappone è sceso a -1.3%, entrando per la prima volta in territorio negativo da quando sono state registrate le serie storiche nel 1955.

Solo una generazione fà il Giappone veniva descritto come un popolo di risparmiatori. Prima dello scoppio della bolla finanziaria alla fine degli anni '80, le famiglie risparmiavano regolarmente il 15-25% del reddito. Ma dopo quasi tre decenni di politiche keynesiane, il Giappone è ora incappato in una trappola finanziaria/demografica che non dà scampo.

Dal momento che il Giappone si rifiuta ostinatamente di accettare gli immigrati, i suoi dati demografici di lungo termine sono un disastro. Di conseguenza chi farà la differenza nei prossimi decenni è già nato, è già stato conteggiato, è già stato assunto ed è già stato aggiunto nelle proiezioni.

La forza lavoro del Giappone, che conta 80 milioni di unità, scenderà a 40 milioni entro il 2060. Allo stesso tempo, i suoi attuali 30 milioni di pensionati continueranno ad aumentare, il che significa che in ultima analisi supereranno il numero di lavoratori.

A fronte di tali fatti scoraggianti, ne consegue che alla vigilia del suo bust demografico il Giappone ha bisogno di risparmi elevati e tassi di interesse generosi per aumentare le uova nel paniere dei pensionati; un tasso di cambio forte per attirare capitali stranieri e assorbire i suoi $12 bilioni di debito pubblico, che ammontano già al 230% del PIL; e un aumento dei redditi reali al fine di coprire la pesante tassazione (inevitabilmente necessaria) per chiudere il suo gap di bilancio e contenere il debito pubblico.

Ma dato che sta seguendo politiche fiscali e monetarie keynesiane, mettendo sotto steroidi l'Abenomics, va da sé che stanno prevalendo le condizioni opposte. In particolare, nessuna famiglia o istituto in Giappone può guadagnare qualcosa dai risparmi. Il tasso del mercato monetario, il quale determina i rendimenti dei depositi di denaro, è passato da un "picco" di 100 punti base (per quanto possa sembrare assurdo) prima della crisi finanziaria ai 10 punti base di oggi, vale a dire, niente.




Ma ciò che sorprende di più è che il rendimento del decennale giapponese è sprofondato ad un minimo storico dello 0.31%. Data l'insistenza della BOJ nel voler raggiungere il target d'inflazione del 2% a qualunque costo, è lecito dire che la politica ufficiale dell'Abenomics è quella di spennare i titolari di debito pubblico a lungo termine.

Non riuscendo a pensare alle conseguenze delle sue azioni, la BOJ vuole che le banche, le famiglie e le altre istituzioni finanziarie investano risorse in qualcosa di perdente. Vale a dire, il programma di acquisto di bond della BOJ è diventato così grande da essere arrivato a fagocitare il 100% delle nuove emissioni del governo. In termini pratici questo significa che il debito pubblico si è effettivamente ridotto, e che il mercato dei titoli di stato è stato inghiottito a tutti gli effetti dalla BOJ.

Non c'è nient'altro che un'implacabile banca centrale. Dati recenti provenienti dal fondo pensionistico statale giapponese (GPIF), per esempio, mostrano che tale istituto ha già venduto alla BOJ centinaia di miliardi di dollari in titoli di stato.

Inutile dire che questa monetizzazione di tutto il mercato dei titoli di stato è un suicidio finanziario. La BOJ ora non osa fermare le stampanti monetarie, perché senza la sua domanda il mercato si schianterebbe violentemente. Eppure il 40% delle entrate del governo del Giappone viene già utilizzato per ripagare il suo gigantesco debito pubblico. Anche un aumento di 180 punti base dei rendimenti medi (il che significa un tasso ancora inferiore al 2% per il decennale giapponese) sarebbe sufficiente ad assorbirne il resto. Proprio così, il 100% delle entrate del governo verrebbe utilizzato solo per ripagare il proprio debito.

Ciò equivale ovviamente ad uno scenario fiscale comico, ma è comunque matematicamente concreto. Anche con l'aumento delle imposte al consumo dal 5% all'8%, le amministrazioni pubbliche del Giappone avrebbero una spesa di circa ¥100 bilioni l'anno a fronte di un gettito fiscale da ¥50 bilioni.




Come è evidente dal grafico qui sopra, questo divario è diventato più marcato a partire dai primi anni '90, quando i missionari keynesiani hanno convertito i burocrati locali alla religione della spesa in deficit. Ora, dopo aver sprecato 25 anni a costruire autostrade e ponti verso il nulla, il governo di Abe è riuscito a rinviare un aumento delle tasse fino al 2017. Questo significa che il debito pubblico continuerà a salire e che la BOJ monetizzerà implacabilmente il 100% delle nuove emissioni di debito pena una devastante impennata dei tassi di interesse.

Questa è una situazione fuori da ogni concezione logica. Sin dai primi anni '90 i rendimenti dei titoli giapponesi sono calati a causa della repressione finanziaria della BOJ, oltre ad un boom disinflazionistico stimolato dall'espansione del credito fiat delle altre banche centrali. I rendimenti del debito pubblico del Giappone sono a zero e, difatti, le maturazioni fino a due anni sono tradate a rendimenti negativi.




L'onere del debito pubblico è salito senza sosta sin dagli anni '80 a causa delle politiche fiscali di stampo keynesiano, come dimostrato nel grafico qui sotto. E ora, a causa dell'Abenomics, un altro 7-10% del PIL verrà risucchiato dal debito pubblico.




Il grafico qui sotto cattura al meglio la natura disperata della trappola del debito del Giappone. In termini di yen — e questa è la metrica legata alle entrate di bilancio del Giappone — il reddito nazionale non ha registrato alcuna crescita netta sin dal 2006! E l'Abenomics non ha affatto modificato le cose. Nel trimestre più recente il prodotto nazionale lordo non era superiore a quello del gennaio 2013.




In breve, l'equazione fiscale del Giappone è finita in una morsa brutale in cui il denominatore (PNL) rappresenta un elettrocardiogramma piatto, mentre il numeratore (il debito pubblico) continua a salire. Almeno per il momento, quindi, il Giappone ha fatto pienamente ricorso alla stmapante monetaria per finanzare i suoi conti pubblici.

La BOJ sta distruggendo lo yen e sta precludendo la possibilità di un afflusso di capitali internazionali nel Paese — salvo speculazioni di breve termine da parte dei carry trader di New York, Londra e delle altre arene in tutto il mondo. Di conseguenza, il forte calo del tasso di cambio sin dal 2012 è probabile che si accentui di più nel futuro prossimo. Più a lungo la BOJ stamperà enormi quantità di nuovi yen per finanziare il 100% del deficit pubblico, più questo calo si farà marcato.




Il crollo della valuta, a sua volta, significherà che il costo della vita su un arcipelago che importa il 100% della sua energia e la maggior parte delle materie prime, è destinato a salire. I salari reali coleranno a picco. Infatti queste cose segnano l'ennesimo punto irto nei cosiddetti dati in entrata. Il novembre scorso i salari reali sono crollati del 4.3% su base annua, il 17° declino mensile e il più ripido sin dal dicembre 2009.




Il disastro keynesiano è quindi completo. L'enorme campagna monetaria della BOJ per finanziare il deficit sta erodendo i salari reali, ritardando un aumento delle tasse in grado di colmare il divario fiscale e di ridurre gli oneri finanziari. Con la ZIRP i pazzi presso la BOJ stanno anche cancellando la figura del risparmiatore e, con un tasso di cambio in picchiata, stanno allontanando gli investitori internazionali. Di conseguenza non vi è alcun modo onesto per finanziare il deficit pubblico, il che significa che la stampante monetaria continuerà a rombare.

Questa strategia equivale ad una missione suicida. Ma ciò che spaventa veramente, è che il modello di politica del Giappone è stato approvato e adottato dai governi e dalle banche centrali di tutto il mondo.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


mercoledì 28 gennaio 2015

Austriaci, riserva frazionaria, moltiplicatore monetario e spesa in deficit

La scelta di Draghi (lanciare un QE "made in UE") rappresenta un chiaro indizio di come la BCE, e le altre banche centrali del mondo, si siano intrappolate da sole in quella che è una trappola senza via di scampo. Infatti ora che la FED si è presa una pausa dal suo QE, la BCE ha dovuto fare qualcosa per sostenere in qualche modo la precedente promessa del "whatever it takes". E' stato deciso che si sarebbero acquistati nei prossimi 18 mesi €1.1 bilioni di bond degli stati europei. Finché la FED elargiva denaro quasi-gratis, gli speculatori hanno potuto accaparrare pattume obbligazionario europeo col denaro quasi-gratis generosamente offerto dallo zio Sam, scommettendo sulla promessa dello zio Mario che, prima o poi, anche lui avrebbe acceso le rotative. Miliardi di titoli francesi, italiani spagnoli, portoghesi e greci sono finiti quindi in hedge fund, ad esempio. E' come se avessero "affittato" tali asset, tenendosi pronti a venderli una volta che la BCE si sarebbe decisa a lanciare il cosiddetto bazooka. Questa non è altro che una gigantesca frode per mantenere in piedi la credibilità degli stati europei al collasso. Alla popolazione questa operazione è stata giustificata sotto lo spettro di una presunta deflazione. Non esiste niente di tutto ciò. Al di fuori del mercato delle commodities e dei materiali industriali, i cui prezzi vengono indeboliti dal raffreddamento della follia immobiliare cinese, l'inflazione c'è e si fa sentire. L'esperimento monetario europeo partorito dalla mente di Jean Monnet si sta sfaldando e gli eurocrati corrono ai ripari cercando di arraffare quanto più possibile prima di dichiarare bancarotta. Se prima era lo zio Ben a detenere lo scettro di falsificatore legalizzato più scalmanato, ora tale scettro può passare allo zio Mario. Ma a parte ciò, oggi andremo alla radice di alcuni dei mali che ostacolano un mercato libero da interferenze e suddetti mali rispondono al nome di riserva frazionaria, moltiplicatore monetario e spesa in deficit. Analizziamoli da un punto di vista Austriaco attraverso questi due articoli (1 & 2).
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di Robert Batemarco


Di recente John Tamny ha scritto un pezzo su Forbes intitolato: “The Closing of the Austrian School’s Economic Mind” in cui ha criticato alcune affermazioni fatte da Frank Hollenbeck nell'articolo “Confusing Capitalism with Fractional Reserve Banking.”

Tamny va ben oltre la critica a Hollenbeck, poiché afferma che molti economisti Austriaci moderni sostengono punti di vista sulla politica monetaria che sono in contrasto con gran parte del corpo teorico fornito dalla stessa Scuola Austriaca. Il tema che secondo Tamny divide gli Austriaci è la riserva frazionaria. Così facendo, egli solleva diversi argomenti che non possono resistere ad un esame critico.

La posizione Austriaca afferma che la riserva frazionaria conferisce la proprietà di determinati fondi a più di una persona. L'individuo che li deposita ha un diritto di proprietà su di essi; ma quando questi stessi fondi vengono utilizzati per concedere un prestito, anche il mutuatario ne possiede la proprietà. Ciò che alimenta le corse agli sportelli bancari è proprio questo scenario: due o più persone che possono rivendicare la proprietà sugli stessi fondi. L'esistenza di un'assicurazione sui depositi le ha ridotte al minimo, scongiurando la situazione in cui più proprietari cercano di rivendicare la proprietà dei loro fondi nello stesso momento. L'assicurazione sui depositi equivale ad un salvataggio preventivo delle banche. Dato che si tratta di un privilegio speciale, piuttosto che di uno sviluppo naturale del mercato, ne consegue che le restrizioni alla riserva frazionaria sarebbero un argomento prettamente libertario... rispetto all'interferenza statale acclamata da Tamny.

La sua incapacità nel comprendere come la riserva frazionaria porti due o più persone a rivendicare la proprietà sugli stessi fondi, lo conduce a negare la logica del moltiplicatore della moneta. Infatti scrive:

Il problema è che la nozione stessa di "moltiplicatore monetario" rappresenta un'impossibilità logica; anche un'analisi superficiale sarebbe sufficiente per capirlo. [...] Secondo gli Austriaci, il denaro può essere moltiplicato. La Banca A accetta $1,000, presta $900 alla Banca B, poi la Banca B presta $810 alla Banca C, poi la Banca C presta $729 alla Banca D, ecc. Ben presto i $1,000 si "moltiplicano" più volte al diffondersi del credito.

Il concetto di moltiplicatore monetario non è affatto univoco agli Austriaci. Io l'ho appreso quarant'anni fa da un libro di testo di Paul Samuelson e dal libricino della FED, Modern Money Mechanics. E' anche il fulcro di ogni libro di testo sul sistema monetario; viene anche spiegato nel libro più recente di Paul Krugman. Infatti la natura del processo è una delle preposizioni più controverse in economia — con preposizione economica si intende, ad esempio, un punto di vista sostenuto sia da Murray Rothbard che da Paul Krugman. Infatti se non esistesse un moltiplicatore della moneta, non si potrebbe spiegare perché nel 2008, prima del QE1, M1 era 1.6 volte la base monetaria. Né il coefficiente di riserva obbligatoria (uno strumento di politica monetaria diventato troppo potente per essere utilizzato dopo il 1937) avrebbe alcun effetto sulla massa monetaria in assenza dell'effetto del moltiplicatore monetario.

Le controversie non nascono dal riconoscimento della sua esistenza, ma se crei o no distorsioni nell'economia. Le distorsioni introdotte dalla riserva frazionaria, e in misura ancora maggiore dalle banche centrali, costituiscono l'elemento centrale della teoria Austriaca del ciclo economico. L'idea di base è che la creazione di denaro (e anche di credito, dal momento che il nuovo denaro viene prestato) aumenta l'offerta di fondi mutuabili e abbassa i tassi di interesse senza aumentare l'offerta dei risparmi reali. Ciò inganna gli investitori facendo credere loro che esistono maggiori risorse, rispetto a quelle attualmente disponibili, per progetti d'investimento. Questi ultimi vengono avviati su vasta scala, dal momento che molti investitori cercano di entrare in possesso delle stesse risorse produttive. Così facendo fanno salire i prezzi di queste risorse, riducendo la redditività dei loro progetti d'investimento. Le imprese rimarranno a corto di risorse necessarie per completare proficuamente i loro investimenti, esponendole ad errori economici e trasformando il boom in bust.

Tamny contesta le affermazioni del paragrafo precedente facendo ricorso ad una definizione idiosincratica del credito. Egli afferma che: "Il credito non può essere moltiplicato. Punto. Per ogni individuo che ottiene credito, deve esserci un risparmiatore disposto a darvi accesso." Questa affermazione è supportata da una preziosa intuizione di base: prestare denaro a coloro che desiderano acquistare beni che non potrebbero altrimenti permettersi, non crea beni supplementari. L'equivoco nasce dall'uso della parola credito per descrivere i beni che vengono acquistati. Credo che sia l'uso eccentrico di questa parola che metta in disaccordo Tamny e gli Austriaci. Ecco l'Allegato A:

Forse un'altra risposta logica a questa linea di pensiero è il boom immobiliare che ha avuto luogo negli anni 2000. E' vero o no che è stato alimentato dal credito facile? Cerchiamo di essere seri. Credere che i tassi bassi fissati dalla FED siano stati i responsabili del boom immobiliare, equivale a credere che il controllo degli affitti renda abbondanti gli appartamenti. Ma non è così, e né i bassi tassi decretati dalla FED hanno scatenato il boom immobiliare.

Gli Austriaci concordano sul fatto che elargire più prestiti di quelli che sarebbero stati concessi in un mercato non ostacolato, non contribuisce a creare nuovi beni. Ma nel breve termine c'è l'illusione di una quantità di risorse maggiori, perché il processo di creazione del credito non requisisce d'un colpo le risorse da coloro il cui denaro diminuisce inizialmente di valore a causa dell'Effetto Cantillon. Purtroppo molti imprenditori che cercano di espandere le loro operazioni agiscono basandosi su questa illusione. Quando la nuova moneta raggiungerà coloro il cui denaro ha perso inizialmente valore, e si vedranno costretti a re-indirizzare la loro domanda, diverrà evidente che ulteriore credito non creerà affatto nuovi beni.

L'ultima cosa di cui vorrei discutere qui è la critica di Tamny ad una riserva del 100% sui depositi a vista. Secondo lui questa cosa imposibiliterebbe i prestiti tra mutuatari e risparmiatori. Ha torto. Gli Austriaci non hanno alcun problema con quei risparmiatori che acquistano obbligazioni di una società alla ricerca di ulteriori finanziamenti, né se le acquistano dalla sua banca d'investimento attraverso una IPO oppure sul mercato secondario, né se stipulano con una banca un deposito vincolato sapendo che non avranno diritti su quei fondi fino alla scadenza. In tutti questi casi, gli intermediari prendono in prestito dai risparmiatori al fine di prestare tali risparmi (non si tratta esattamente di un prestito nel caso delle azioni). Quello a cui si oppongono gli Austriaci è ben altro: dire ai depositanti che possono esercitare il possesso sui loro fondi depositati, quando invece le banche li hanno prestati a qualcun altro.

L'eliminazione della riserva frazionaria ridurrebbe la spesa per investimenti, ovviamente non a zero ma ad un livello più sostenibile. Ciò non eliminerebbe del tutto gli errori imprenditoriali, i quali sono parte integrante dell'incertezza futura, ma eliminerebbe quegli errori generati da piani insostenibili basati su segnali di mercato falsificati (tassi di interesse al di sotto il loro tasso di mercato), attenuando, o nel migliore dei casi, eliminando il ciclo economico.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


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di Frank Shostak


Alcuni economisti, come il premio Nobel Paul Krugman, ritengono che durante una crisi economica è dovere dello stato avere grandi deficit di bilancio per riportare le cose alla normalità. Su questo punto — dato che dal 2011 al 2014 il tasso di crescita del prodotto interno lordo reale (PIL) è rimasto intorno al 2% — molti esperti sono del parere che il deficit di bilancio, che nel 2014 è ammontato a $483 miliardi, non è stato abbastanza grande.




Secondo questo modo di pensare, se la domanda aggregata si indebolisce a causa di un rallentamento delle spese al consumo, allora lo stato deve intervenire e aumentare la sua spesa per evitare che la domanda aggregata diminuisca ulteriormente. Si noti che nel 2014 le spese statali sono ammontate a $3.5 bilioni rispetto ai $1.788 miliardi nel 2000 — un aumento del 96%.




La Spesa Pubblica E' Buona per l'Economia?

Paul Krugman e altri commentatori sono del parere che un aumento del deficit di bilancio, in risposta a grandi spese pubbliche, può essere una buona notizia per l'economia.

Inoltre sostengono che esistono ben poche prove empiriche secondo cui i deficit di bilancio soffocano la crescita economica. Secondo loro può solo essere d'aiuto per quell'economia il cui percorso di crescita scende sotto la media. Al contrario, gli oppositori di questa tesi ritengono che un ampliamento del deficit di bilancio tende ad essere monetizzato e successivamente porta ad una maggiore inflazione.

Inoltre un ampliamento del deficit di bilancio tende ad alimentare un effetto crowding out nei confronti del settore privato, e questo soffoca la crescita economica. Quindi, secondo quest'ultimo punto di vista, uno stato deve evitare, per quanto possibile, un ampliamento del deficit di bilancio. In realtà l'attenzione dovrebbe focalizzarsi sempre sul raggiungimento di un pareggio di bilancio.



Perché un Aumento della Spesa Rappresenta una Cattiva Notizia

Suggeriamo che l'obiettivo di aggiustare il deficit di bilancio (mantenerlo grande o eliminarlo del tutto), potrebbe essere una politica errata. In definitiva, ciò che conta per l'economia non è la dimensione del deficit di bilancio, ma la dimensione della spesa pubblica — la quantità di risorse che lo stato accalappia per sé stesso. Si noti che, contrariamente a quanto dice Krugman, riteniamo che un aumento della spesa delle amministrazioni pubbliche rappresenta una cattiva notizia per l'economia.

Si osservi che uno stato non crea ricchezza — più spende, più risorse deve prendere dai creatori di ricchezza. Ciò a sua volta indebolisce il processo di creazione di ricchezza. Ciò significa che il livello effettivo di tassazione è la dimensione dello stato e nient'altro. Ad esempio, se lo stato prevede di spendere $3 bilioni e finanzia queste spese mediante $2 bilioni in tasse, ci sarà una mancanza, etichettata come deficit, di $1 bilione. Dato che queste spese devono essere finanziate in un modo o nell'altro, significa che oltre alle tasse lo stato deve fare ricorso ad altri mezzi di finanziamento come i prestiti o la stampa di denaro.

Lo stato impiegherà ogni mezzo a sua disposizione per ottenere le risorse dai creatori di ricchezza. Quindi ciò che conta è che le spese siano di $3 bilioni, e non che il deficit sia di $1 bilione.

Ad esempio, se lo stato aumentasse le tasse per $3 bilioni e di conseguenza avesse un bilancio in pareggio, cambierebbe il fatto che sottrae $3 bilioni di risorse ai creatori di ricchezza? Riteniamo che un aumento della spesa delle amministrazioni pubbliche metta in moto una deviazione di ricchezza da quelle attività creatrici di ricchezza verso quelle che la sperperano. Questa situazione conduce all'impoverimento economico. Quindi, in questo senso, un aumento della spesa pubblica per rilanciare la domanda aggregata dovrebbe essere considerato come una cattiva notizia per il processo di creazione di ricchezza e, quindi, per l'economia in generale.

Contrariamente a quanto dicono commentatori come Krugman, il FMI e vari funzionari della FED, suggeriamo che un taglio della spesa delle amministrazioni pubbliche dovrebbe essere considerato come una grande notizia per i creatori di ricchezza. Naturalmente è una cattiva notizia per le varie forme di vita artificiale emerse grazie ad un aumento della spesa delle amministrazioni pubbliche.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


martedì 27 gennaio 2015

Il paradosso della crescita economica moderna





di Bill Bonner


[La volta scorsa Bill ha discusso del pericoloso ruolo ricoperto dal QE in un'economia zombificata. Oggi amplia tale concetto facendoci osservare da vicino i risultati elettorali del novembre scorso e un paio di statistiche allarmanti sull'economia degli Stati Uniti. Leggiamo...]


Gli elettori non amano i repubblicani più di quanto non amino i democratici. Ma il novembre scorso Obama e i democratici sono stati ritenuti responsabili per il triste stato in cui versa l'economia.

Sono stati scaricati. Un'impiccagione probabilmente sarebbe stata meno dolorosa.

Abbiamo ricordato molte volte che il reddito medio delle famiglie è inferiore rispetto a quello che era all'inizio del XXI secolo. La famiglia media aveva $57,000 di reddito quando la grande palla è scesa a Times Square alla fine del XX secolo. Oggi la cifra è di $52,000.

Le azioni sono sostanzialmente salite più in alto, così come i profitti aziendali. Perché la gente comune non guadagna più soldi?

Dopo tutto, viviamo nella più grande economia che l'uomo abbia mai creato. Più persone hanno più soldi che mai, quindi c'è un sacco di capitale per finanziare nuove imprese.

Inoltre, sempre più persone sono laureate. Quindi non c'è carenza di persone istruite per riempire posti negli uffici. E ci sono più scienziati e ingegneri impegnati nello sviluppo di nuovi farmaci, nuove macchine e nuove sostanze chimiche.

L'economia dovrebbe sperimentare una crescita strabiliante, posti di lavoro a iosa e redditi più elevati per tutti.

E non dimenticate che ci sono più persone che mai il cui ruolo nella nostra economia è quello di migliorare le cose — più agenzie governative, più programmi statali e più burocrati.

Questi dipendenti "pubblici" stanno tutti lavorando a tempo pieno per migliorare la sorte dei cittadini. La Federal Reserve da sola ha 17,015 dipendenti — la maggior parte dei quali è composta da impiegati o economisti. Di sicuro gli sforzi congiunti di così tante persone intelligenti hanno gettato le basi per un'economia migliore... o no?

A quanto pare no. Non solo il reddito per la maggior parte delle persone sta diminuendo, ma il debito delle famiglie è più che raddoppiato sin dall'inizio del secolo. È vero, è un po' più basso di quanto non fosse nel 2008. Ma è ancora più di $13 bilioni.

E poi c'è quest'altro inghippo: per un giovane soleva essere facile entrare nella forza lavoro e per una persona anziana soleva essere un piacere lasciarla. Ora per le persone che hanno bisogno di posti di lavoro è difficile trovarli... e per i vecchietti è difficile rinunciarvi.

La partecipazione alla forza lavoro per le persone tra i 25 e i 54 anni è scesa dall'83% all'81%. E ora il 40% delle persone con più di 55 anni ha un posto di lavoro; nel 1990 questa cifra raggiungeva solo il 30%.

Sin dal 1979 i redditi dell'1% sono triplicati. Ma quando parliamo della classe media americana, negli ultimi 35 anni il reddito è sceso. In fondo — dove si trova il 20% più povero della popolazione — i redditi sono scesi di un incredibile 60%.

Nel 2000 il 69% degli americani intervistati si diceva soddisfatta di come stessero andando le cose negli Stati Uniti. Ora solo il 23% afferma di essere soddisfatto, cosa che non sorprende alla luce dei dati che abbiamo appena visto.

Per alcuni la frustrazione è insopportabile. Nel 2001 circa 16 uomini su 100,000 si sono uccisi. Ora la cifra è 25 su 100,000 — un aumento del 56%.

Si potrebbe pensare che questo tipo di feedback costringerebbe economisti e politici a prenderne atto, a riconsiderare le politiche degli ultimi decenni.

Ma no. Economisti celebri come Paul Krugman, Joseph Stiglitz e Larry Summers — così come quelli alla FED, al Tesoro USA, alla BCE, alla Banca del Giappone, alla Banca d'Inghilterra e al FMI — condividono lo stesso modello economico interventista... uno che è stato sviluppato nella prima metà del secolo scorso ed elaborato nel corso degli ultimi 60 anni.

Prendendo spunto da Keynes, questi economisti ritengono che un'economia stagnante soffra di una mancanza di domanda. La loro logica dice che se solo si aumentasse la "domanda", ciò innescherebbe una crescita... la quale porterà posti di lavoro e redditi più alti.

Ma la domanda è una cosa naturale. Essa si verifica quando le persone hanno guadagnato dei soldi... e quando preferiscono comprare qualcosa con quei soldi piuttosto che risparmiarli.

I federali sanno che non possono giocherellare con questo tipo di domanda. Tutto quello che possono fare è creare una "domanda-surrogato" sopprimendo i tassi di interesse e facilitando l'accesso al credito.

Se questo non funziona, si preparano per altre due iniziative. La prima è venuta alla luce alla fine del mese scorso, quando la Banca del Giappone ha annunciato che il suo programma di QE non solo sarebbe stato aumentato a ¥80 bilioni ($700 miliardi) l'anno, ma avrebbe anche triplicato i suoi acquisti di ETF giapponesi e REIT.

Tutto ciò, naturalmente, ha stimolato i prezzi del mercato azionario... gli speculatori giapponesi hanno ringraziato.

Come ogni altra iniziativa negli ultimi due decenni, l'ultimo intervento della BOJ ha reso i ricchi più ricchi. Ma non aspettatevi che questa nuova mossa risulti determinante per l'economia giapponese o per la classe media. Entrambe hanno bisogno di un miglioramento economico reale, e non di più chiacchiere sullo "stimolo".

Se si potesse davvero stimolare la domanda mediante la creazione di una falsa domanda, l'Argentina e lo Zimbabwe avrebbero due delle economie più importanti del mondo.

E oggi Harry Reid sarebbe ancora un senatore di spicco.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


lunedì 26 gennaio 2015

La falsa calamità della deflazione





di David Stockman


Coloro che si stracciano le vesti contro la cosiddetta calamità della deflazione, stanno semplicemente sostenendo un non sequitur economico. Vale a dire, il fatto che i prezzi al consumo nell'UE siano finiti in territorio negativo (0.2%) a dicembre, non implica che debba essere immediatamente accesa la stampante della BCE.

Beh, è ovvio che l'ICP si sia momentaneamente indebolito. Il petrolio greggio ha fatto registrare un tonfo monumentale di oltre il 50% sin dalla metà del 2014. Ciò ha temporaneamente trascinato in basso l'ICP della zona Euro. Negli ultimi 12 mesi i prezzi dell'energia nella zona Euro sono diminuiti del 6.3%, e tutto il resto è ancora dello 0.6% superiore rispetto ad un anno fa.

Quindi qual è l'emergenza? Si tratta dello stesso contrattempo che ha fatto registrare l'ICP quando il petrolio è crollato nella seconda metà del 2008. Come è evidente qui sotto, quell'episodio non ha gettato in un buco nero l'intera economia. In realtà l'ICP dell'Eurozona c'ha messo poco a riprendersi, tornando al di sopra del 2.5% in pochissimo tempo.




La verità è che l'UE-19 vive nell'abbondanza e i consumatori si sono presi una pausa; e, dall'altro lato dell'equazione economica, produce pochissimo petrolio. La produzione petrolifera in Europa si trova principalmente nel Regno Unito e in Norvegia, e questi due Paesi hanno le loro valute. Di conseguenza la BCE dovrebbe concedere più di un anno sabbatico alla sua stampante monetaria e dichiarare la vittoria per il conseguimento del suo obiettivo: "stabilità dei prezzi".

Ritenere che un'inflazione pari a zero rappresenti un qualche precursore di una calamità deflazionistica, equivale a credere agli asini che volano. Sin dal 2008 non c'è stato alcun cambiamento strutturale nell'economia della zona Euro, e quindi non esiste alcuna base empirica per affermare che i salari e i prezzi si spiralizzeranno in quella che sarà una caduta mortale verso il basso. In realtà è stato il dirigismo di Bruxelles che ha reso prezzi e salari ancora più "rigidi" e "viscosi", a causa della valanga di nuove normative, sussidi e altri interventi nell'economia.

La zona Euro, come il resto dei mercati emergenti, soffre di una distorsione inflazionistica incorporata in sei decenni di storia durante i quali l'euro e le valute che l'hanno preceduto hanno perso potere d'acquisto mese dopo mese. Le famiglie stanno finalmente assaporando quella che possiamo senza dubbio definire una breve tregua dalla tassa dell'inflazione. Comunque non esiste motivo razionale per non credere che il livello dei prezzi riprenderà la sua inarrestabile marcia verso l'alto.




La storiella della deflazione nella zona Euro è pura fantasia, e non ci vuole molto per documentare tale affermazione. In primo luogo, non vi è alcun segno di un crollo dei salari. Come si fa, quindi, ad avere una spirale deflazionistica se i salari continuano a crescere?

Come illustrato qui sotto, a causa della pesante sindacalizzazione e delle leggi protezionistiche sul lavoro, i salari della zona Euro sono stati per molto tempo a bordo di un ascensore in perenne salita, e non presentano segni di "deflazione". Il compenso totale per lavoratore è salito del +1.3% negli ultimi dodici mesi — un tasso identico all'1.3% registrato durante l'anno precedente, e non molto al di sotto del tasso annuo dell'1.7% che è stato registrato sin dalla metà del 2010.




Se si prendono in considerazione gli articoli prodotti nell'Eurozona, la storia è la stessa. Nel caso dei servizi totali, la variazione di prezzo registrata a dicembre è dell'1.25% — una cifra che è stata raggiunta due volte prima di questo secolo senza effetti indesiderati.




Nel caso specifico dei servizi immobiliari e degli affitti, il tasso di inflazione non è molto inferiore al 2% — un livello che si è imposto negli ultimi anni.




Allo stesso modo, il tasso di inflazione nella produzione di servizi ricreativi e personali non ha mostrato segni discendenti. Il tasso di incremento è di circa l'1.5%, ed è nella fascia che è prevalsa per la maggior parte di questo secolo.




Lo stesso vale per i servizi di trasporto. L'indice continua a crescere ad un tasso dell'1.5% rispetto a quello registrato nell'ultimo decennio o giù di lì (+2.5%). Non è un bene per la produttività e la crescita se nella zona Euro il tasso di inflazione per il trasporto di persone e merci sia in leggera diminuzione? Dov'è l'allarme?




In breve, lo stop momentaneo nella salita dei prezzi della zona Euro è quasi interamente dovuto al calo mondiale dei prezzi delle materie prime emerso sin dal picco della bolla cinese nel 2012; e non scordiamoci l'effetto ritardato della forza dell'Euro prima della metà del 2014.

Nel caso dei prodotti non alimentari (inclusa l'energia), per esempio, l'indice dei prezzi della produzione è sceso di circa il 25% dal suo picco nel 2011/12. Dal momento che la zona euro importa gran parte della sua energia e delle materie prime industriali, tale discesa non rappresenta uno sviluppo positivo?

E c'è di più. I prezzi delle materie prime sono ancora il doppio rispetto al loro livello pre-2005. In altre parole, la gigantesca bolla globale delle materie prime generata dalla rapida espansione del credito in Cina, nei paesi BRIC e nei mercati emergenti ha finalmente iniziato a rallentare, e i suoi effetti ora si stanno facendo strada negli indici dei prezzi della zona Euro. Invece di una crisi, il raffreddamento dell'inflazione nella zona Euro rappresenta una tregua benvenuta dall'aberrante bolla del credito alimentata dalle banche centrali negli ultimi dieci anni.




Anche nel caso dei prodotti alimentari, il forte calo sin dal 2012 è una minaccia solo per gli agricoltori francesi... nel peggiore dei casi. Come si può sostenere che una riduzione del 20% dei costi del cibo danneggerà il tenore di vita di 350 milioni di consumatori nella zona Euro, o che causerà una sottoperformance cronica nella macroeconomia?




Infine, i prezzi calanti al di fuori del settore delle importazioni, delle materie prime e dei prodotti industriali trasformati che li incarnano, non hanno nulla a che fare con la politica monetaria a breve termine. L'indice dei prezzi per i servizi di comunicazione, per esempio, è negativo del 2.5% — ma non è una novità. Grazie alla rivoluzione tecnologica nel settore della comunicazione e un modesto grado di liberalizzazioni, i prezzi in questo settore sono in calo da circa due decenni, rappresentando un vantaggio per la crescita economica e il benessere dei consumatori.




In breve, la paura per la deflazione nella zona Euro non ha nulla a che fare con la realtà empirica o il buon senso. Invece è pura propaganda uscita dalle bocche dei burocrati di Francoforte e Bruxelles, scimmiottata e amplificata dai venditori ambulanti nel casinò del mercato azionario che sostengono di essere "economisti" e "strateghi".

Poi, in perfetto orario, arriva questa assurdità di James Ashley, presunto economista presso RBS Capital Markets:

"L'emergere di un'inflazione negativa anima lo spettro di un possibile periodo prolungato di deflazione", ha detto James Ashley, economista presso RBC Capital Markets. "In altre parole, per quei politici che fino ad ora sono rimasti titubanti sull'opportunità o meno di adottare ulteriori provvedimenti, questo non rappresenta altro che il vibrante appello di una situazione che urla la sua gravità."

Giusto. Un solo mese di inflazione negativa rappresenta certamente un "vibrante appello" — per chiedere alla BCE di lanciare i siluri monetari. Può essere che RBS sia stata occupata ad esporre i propri clienti e i propri fondi a titoli italiani prevedendo che sarebbe arrivata dalla BCE una gigantesca offerta d'acquisto per la spazzatura obbligazionaria italiana?

Alla fine è tutto abbastanza semplice. I banchieri centrali keynesiani che gestiscono il mondo hanno più potere di qualsiasi altro governatore nella storia umana. Sono inebriati da questo potere, e di conseguenza hanno abbracciato proposizioni per le quali non esiste alcuna evidenza empirica.

Non esiste alcuna prova che un 2% di inflazione sia qualcosa di benefico per la crescita economica e il tenore di vita della società rispetto ad un 1% o uno 0% o un -0.2%. Non sta scritto in nessuno dei trattati e dei documenti ufficiali che il mandato della "stabilità dei prezzi" richieda esattamente un aumento annuale del 2% nell'ICP — e soprattutto non meno, anche per pochi mesi transitori.

E' tutto inventato di sana pianta. E ora viene ripetuto in modo così implacabile dai banchieri centrali e dai media finanziari, che ha assunto la forma di un incantesimo rituale. Così, uno degli uomini più pericolosi al mondo, Mario Draghi, di recente ha ripetuto per l'ennesima volta questa balla senza batter ciglio.

"Se l'inflazione rimane bassa per un lungo periodo, la gente potrebbe aspettarsi che i prezzi scendano ancora di più e rinviare le loro spese," ha avvertito in un'intervista pubblicata la scorsa settimana il presidente della BCE Mario Draghi.

Non c'è uno straccio di prova per affermare che il 90% delle famiglie, che è stata dimenticata durante l'era della massiccia inflazione negli asset finanziari alimentata dalle banche centrali, ritarderà gli acquisti dei beni di prima necessità, o anche degli sfizi, presupponendo che i prezzi potrebbero abbassarsi di più il mese o l'anno prossimo. La sua Grande Bugia si adatta al pugno di pianificatori centrali monetari che gestiscono il sistema finanziario mondiale e alle migliaia di speculatori e giocatori d'azzardo che con le loro azioni rovinose fanno lo scalpo a numerose fortune.

Sì, la zona Euro ha un problema di crescita e di posti di lavoro, proprio come la maggior parte dei mercati emergenti e gli Stati Uniti. Ma il problema non è che l'inflazione è troppo bassa. E' lo stato — compresa la banca centrale — che sta distruggendo la macchina del capitalismo di libero mercato attraverso la burocrazia asfissiante, la fiscalità oppressiva, lo scoraggiamento del risparmio e, soprattutto, la grande deviazione di capitali, tecnologia e risorse umane nella più grande bisca che il mondo abbia mai conosciuto.

Purtroppo esiste una calamità, ma non ha nulla a che fare con il -0.2% di inflazione nella zona Euro.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://johnnycloaca.blogspot.it/


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