di Francesco Simoncelli
[Questo articolo è apparso anche sul magazine online The Fielder.]
"Il falso testimone non resterà impunito, chi diffonde menzogne perirà." -- Proverbi, 19:9
L'uso dei proverbi è sempre stato un modo per veicolare in maniera spicciola e facilitata concetti complicati e spesso necessitanti di fiumi di parole. Alle persone piacciono gli slogan, sono facili da ricordare e conferiscono ai concetti quel senso di comprensione che spesso viene smarrito quando si leggono letture contenenti cascate di parole. Per molti ambiti della nostra vita è così, la pubblicità ha prosperato su jingle e motti che permeassero il pensiero degli individui. Bastava che ricordassero per un lungo periodo della loro esistenza quel determinato motivetto e il gioco era fatto. Credo che anche voi ricordiate, come minimo, uno spot pubblicitario che vi ha colpito positivamente o negativamente. In un lasso di tempo concentrato vengono espressi concetti che altrimenti avrebbero bisogno di più tempo per essere sviscerati totalmente.
Il messaggio di fondo può indurre l'acquirente a finire in una frode? Può darsi. Ma non importa, ha colpito la sua attenzione. In fin dei conti siamo essere limitati e quindi per noi il tempo è un fattore cruciale, il messaggio deve essere veloce ed esauriente poiché possa essere immagazzinato e poi reinterpretato a piacere. Ma il messaggio di fondo è uno e quello rimarrà per sempre. Non sarà intaccato da alcuna altra argomentazione, una volta assimilato farà parte dell'individuo; la sedimentazione di questo seme farà sbocciare una serie di concetti a catena che faranno germogliare una serie di ragionamenti. L'esperienza affinerà questi ragionamenti. Ma non abbiamo tempo di ripensare a qualcosa che abbiamo già assimilato, troppa fatica e troppe variabili da considerare. Tempus fugit.
Inoltre, avendoci passato molto tempo sopra sarebbe come ricominciare daccapo. Quando si è giovani, e l'esperienza non ha ancora modellato il nostro modo di ragionare, allora potremmo anche prestarci a riconsiderare le posizioni su cui abbiamo fondato anni di vita. Ma nell'età adulta? Come si può riconsiderare qualcosa che abbiamo fatto nostro e ormai sono passati molti anni dalla volta in cui abbiamo preso minimamente in considerazione l'idea di esserci sbagliati? E' difficile, quasi impossibile per chi in determinati campi ne ha fatto addirittura un lavoro. Gli esperti, infatti, sono il punto di riferimento di coloro che (avendo assimilato un concetto sbagliato) tentano di confutare argomentazioni sensate con argomentazioni fallaci perché enunciate da presunti luminari del campo. Ed ecco che l'errore persiste nel tempo. Perdura negli anni ed arriva ad essere accettato da un'ampia maggioranza di persone che costruiscono la loro vita su quella presupposizione sbagliata. La certificazione di esperti conferisce quell'alone di correttezza che altrimenti sarebbe spodestata dalla pura logica. Ma no, se l'errore di fondo in qualche modo giova a determinati soggetti ci sarà un incentivo a perpetrarlo il più a lungo possibile.
D'altronde gli individui sono essere umani che reagiscono agli incentivi, sia essi negativi che positivi. Non è un mistero, e in base alle condizioni vagliate si decide quali siano i costi/benefici per la propria esistenza scegliendo una via o un'altra. Nel corso della storia abbiamo assistito ad una serie di presupposizioni fallaci che sono resistite agli anni e alle confutazioni, la loro apparente plausibilità ha fatto in modo che ciò accadesse. I loro slogan hanno catturato l'attenzione di un bacino così ampio di individui che hanno trovato un habitat in cui prosperare. Ve ne elencherò alcuni, o per meglio dire, quelli più diffusi e duri a morire. Cercherò anche di fornire una rapida confutazione di queste fallacie.
Uno di questi errori di base su cui vengono costruiti castelli in aria e che è perdurato negli anni è la teoria del valore del lavoro.
IL “VALORE” DEL LAVORO
Gli economisti neoclassici (tra il XVIII e XIX secolo) erano confusi quando si parlava di valore, infatti proponevano una relazione di causa/effetto tra il valore ed il lavoro umano: il lavoro era prodotto da lavoratori nel luogo in cui erano impiegati e questa azione meccanica si andava a concretizzare nel prodotto che veniva creato. Questa era la fonte di tutto il valore. Ma qui veniamo ad una serie di domande che sorgono spontanee: perché i prezzi di vendita non corrispondono al pagamento totale del prodotto creato? Come è apparso il fenomeno del profitto? Qual è l'origine dell'interesse? Volendo essere più specifici, perché un rubino vale di più di un aratro? La teoria del valore del lavoro ha sempre fallito nel rispondere a queste domande.
E' innegabile che il lavoro costituisca parte del valore di un oggetto: una elemento finito vale sicuramente di più della somma dei suoi singoli componenti, però risulta riduttivo considerare il lavoro come l'unico fattore discriminante.
Karl Marx fu l'ultimo economista classico a sostenere la teoria del valore del lavoro. Nella concezione di Marx, una torta varrebbe Y perché il pasticciere ha speso un certo lavoro Y per farla (se ha bruciato la torta il lavoro è nullo, o anche negativo, perché rende inutilizzabili le materie prime utilizzate). Naturalmente produrrà X torte e poi le metterà in vendita nel suo negozio ad un prezzo Z (in euro). Secondo Marx il prezzo Z è dato dal lavoro impiegato (scontato da quello delle materie prime le quali però avranno avuto anche loro un certo livello di lavoro) per produrlo.
Diciamo che il pasticciere “valuta” il suo lavoro €10 a torta e ha a disposizione 50 torte, mentre il paese in cui vive il pasticciere è costituito da N persone in cui ci sono vari lavoratori. Ognuno avrà il proprio lavoro e produrrà qualche bene o servizio. Secondo Marx, quindi, ognuno produrrà degli oggetti che avranno un valore che dipende dal “lavoro” impiegato. Ogni unità di quel bene avrà quel valore in moneta indipendentemente dalla loro quantità esistente.
In questo paese, sempre secondo Marx, avverrà uno scambio quando si verificano delle situazioni in cui 5Kg pasta = €10 = torta, ed il valore di 5Kg di pasta è esattamente uguale a quello di una torta. Arriviamo qui al nodo cruciale della questione, poiché in realtà le cose non funzionano esattamente così.
Per chi offre un bene/servizio il lavoro ha un peso rilevante e fondamentale, e questo è un fatto certo; ma non è l'unica cosa che va a determinarne il valore. Inoltre tutto ciò va a costituire il valore che l'offerente dà al suo bene e non tanto al bene in sé, in modo oggettivo.
Immaginate di voler acquistare una casa e siete indecisi tra due, assolutamente uguali e costruite dalla stessa impresa. Il prezzo è identico però una delle due risente di un difetto di fabbricazione e contiene meno ferro nel cemento di quanto dovrebbe. Nessuno se ne è accorto e tanto meno l'osservatore capirlo guardandola semplicemente. Se per chi vende fosse soltanto il lavoro a determinare il valore di un bene, per chi compra però le cose stanno diversamente. A volte il compratore non può neanche valutare il lavoro alla base di un bene, ed in ogni caso il valore che gli dà è fortemente influenzato da una componente soggettiva (dipende da quanto questo soddisfa bisogni ed esigenze dell'indivivuo).
Il prezzo poi viene determinato dall'interazione tra domanda/offerta di numerosi individui. Ma in base a questo possiamo affermare che quindi il prezzo di mercato è il valore dell'oggetto? Questa era la tesi degli economisti neoclassici, e secondo Marx equivaleva al lavoro impiegato.
In realtà, le persone desiderano certi prodotti i quali non sono illimitati nell'offerta rispetto alla domanda ma questo non li rende più preziosi perché il loro valore non deriva dal lavoro impigeato per produrli. Al contrario, il prodotto o il lavoro impiegato per crearlo non condividono nulla di intrinseco; il valore viene conferito dagli individui che agiscono. Marx ha sempre rimproverato i pensatori capitalisti per aver attribuito ai beni economici una vita a sé stante scollegata alle relazioni umane e sociali. Ma questa è in realtà la teoria del lavoro stessa, dove Marx ipotizzò l'esistenza di un "valore del lavoro congelato" che presumibilmente doveva a sua volta dare valore alle merci.
Se invece avesse rivolto la sua attenzione all'individuo che partecipa in tutte le azioni economiche, avrebbe abbandonato la sua teoria del valore del lavoro[1]. In conclusione non credo che si possa formulare una teoria oggettiva del valore che spieghi l'agire umano. L'imprevedibilità dell'essere umano rende futile tale esercizio.
LE “COLPE” DELL'ORO
Un'altro fallacia che è arrivata fino a noi vuole che la Grande Depressione sia stata causata dalla rigidità dell'oro e solo le politiche Keynesiane di Roosevelt hanno consentito agli USA di uscire dal pantano della depressione. Niente di tutto questo è vero, poiché il crollo del 1929 fu il risultato di precedenti eccessi alimentati da un settore bancario centrale appena nato. Infatti, l'eredità della Grande Depressione deriva dagli squilibri nati durante la Prima Guerra Mondiale.
Il gold-coin standard pre-1914 venne sostituito dal gold-exchange standard, che venne alla luce nel 1922 alla conferenza di Genova. A questa conferenza gli stati concordarono di stabilire un "nuovo" gold standard. Piuttosto che ristabilire un piena convertibilità aurea, che avrebbe trasferito l'autorità sulla politica monetaria alle persone, giunsero ad un compromesso: l'onere di immagazzinare l'oro sarebbe stato lasciato a Stati Uniti e Gran Bretagna, tutti gli altri si sarebbero accontentati dei loro certificati di debito.
L'Inghilterra tornò al gold standard nel 1925, ma al tasso di cambio pre-bellico, come se la Banca d'Inghilterra non avesse affatto inflazionato l'offerta di moenta. Questa fu una decisione di Churchill come Cancelliere dello Scacchiere, ma avrebbe presto forzato l'Inghilterra o a vendere oro oppure a restringere l'offerta di moneta. Non c'era la volontà di fare nessuna delle due cose, e così Montagu Norman (capo della Banca d'Inghilterra) persuase il suo amico Benjamin Strong (capo della Federal Reserve di New York) affinchè persuadesse a sua volta la Federal Reserve a gonfiare l'offerta monetaria degli Stati Uniti, evitando in questo modo un'assalto all'oro della Banca d'Inghilterra. Strong percorse questa strada fino al giorno della sua morte nel 1928. Poi la FED invertì il corso e cessò di creare denaro. Ciò fece scoppiare la bolla del mercato azionario.
La Grande Depressione, quindi, avvenne non a causa del gold standard ma nonostante il gold standard dato che il suo potere limitante venne costantemente intaccato dal crescente ruolo del settore bancario centrale nell'economia. I governi mondiali, attraverso l'utilizzo del monopolio dello stato, iniziarono da allora ad imbrogliare la popolazione giustificando le loro azioni truffaldine con qualsiasi motivo capitasse loro a tiro. La guerra era uno di questi.
In questo periodo la vigilanza del gold standard venne sospesa, e le banche centrali distorsero le relative economie inondandole di cartastraccia. Il mercato avrebbe, quindi, cercato di correggere gli errori commessi ed il crollo del 1929 era inevitabile. Ma diversamente dalla breve depressione del 1921, dove si era lasciato che il mercato ripulisse l'ambiente economico, questa volta si intervenne pesanemente portando il panorama economico dritto verso una catastrofe economica.
Roosevelt sfogò il suo nazionalismo represso (dazi ed altri tipi di protezionismo) manomettendo sempre di più il tessuto economico e giustificando il suo interventismo devastante con le neonate teorie Keynesiane. In realtà, non seguì affatto le ricette di Keynes le sfruttò solo per ottenere quella credibilità accademica che avrebbe conferito in tal modo la sua azione in quel particolare modo; anche perché adottò misure ben poco diverse dai dittatori europei: investimenti guidati dallo stato, controllo di prezzi e salari, ecc.
Quello che condusse gli USA fuori dalla Grande Depressione fu ben altro.
LA FALLACIA “INTRINSECA” DELL'ORO
Riguardo l'oro, poi, esiste un altro filone di pensatori che fa confusione su due affermazioni: oro e argento sono stati storicamente considerati di valore; oro e argento hanno valore intrinseco. La prima preposizione è de facto vera, Ludwig von Mises costruì tutta la sua teoria della moneta su lfatto che oro e argento furono dapprima considerati di valore in base alle loro proprietà piuttosto che in base alla loro funzione monetaria: prestigio, lavorabilità, trasportabilità, ecc.
Fu proprio grazie al valore conferito dalle persone a questi metalli che divennero mezzi di scambio largamente utilizzati.[2] Al giorno d'oggi ognuno valuta oro e argento in base al proprio set di valori, ma rispetto al passato pochi li considerano ancora per la loro funzione monetaria. Questo a causa degli impedimenti statali che ostacolano il libero commercio tra individui e impogono a corso legale monete ad essi gradite.
Ma nei mercati internazionali la storia è diversa, perché governi e banche centrali spesso non si fidano gli uni degli altri ed invece ripongono fiducia nel valore storico dell'oro. Forse è meglio che non mi inoltri in discussioni filosofiche, ma si può affermare che l'oro possiede qualità fisiche intrinseche: è estremamente durevole, facilmente divisibile, trasportabile e (soprattutto) è scarso. I ldenaro deve avere tutte queste caratterstiche per essere ampiamente accettato come mezzo di scambio, o come direbbe Mises, merce più commerciata.
E' importante quindi che il lettore ricordi questa lezione molto importante: l'oro non ha alcun valore intrinseco, ma solo proprietà fisiche che vengono considerate di valore dagli attori economici. Queste proprietà fisiche sono il prodotto della natura, mentre il suo valore è il prodotto degli attori economici.
QUALUNQUE LAVORO E' SOSTENIBILE?
Ma la maggior parte degli errori economici derivano per di più da un'unica fonte: il Keynesismo. Nonostante le tesi di Keynes siano state più volte smentite e confutate nel corso della storia, le sue idee persistono ancora nell'attuale ambiente economico e sorpattutto accademico. In realtà si tratta solamente di un escamotage dei pianificatori centrali per avere dalla loro una sorta di certificazione di qualità delle loro azioni. La spinta accademica non serve altro che a giustificare davanti alla popolazione scelte clientelari per salvaguardare interessi particolari.
Oltre a questo motivo ufficioso, il motivo ufficiale per cui si interviene nei mercati è quello di creare lavoro. I pianificatori hanno una lungimiranza tale da sorvolare gli interessi ed i desideri di miliardi di persone e ritenere di avere la ricetta giusta per far tornare la società ad uno stato di piena occupazione. Se ci fate caso, nei media mainstream non si parla d'altro.
Ovviamente è un tema cruciale, ma la vera domanda è: chi dovrebeb creare questi lavori affinché siano sostenibili? E' chiaro che, ad esempio, se in Spagna c'è un'alta disoccupazione nel settore edile è dovuta allo scoppio della bolla immobiliare che ha drenato risorse da altri settori illudendo gli input richiamati al suo interno che il boom artificiale di cui si nutriva fosse sostenibile. Le recenti misure di allentamento monetario non hanno affato contribuito a sblocarre l'attuale situazione economica caratterizzata da un'enorme disoccupazione. Qual è quindi la via da seguire?
Guardiamo un attimo alle nostre spalle.
Un prodotto terminato offre da quell'istante uno sbocco ad altri prodotti per tutta la somma del suo valore. Difatti, quando l'ultimo produttore ha terminato un prodotto, il suo desiderio più grande è quello di venderlo, perché il valore di quel prodotto non resti morto nelle sue mani. Ma non è meno sollecito di liberarsi del denaro che la sua vendita gli procura, perché nemmeno il denaro resti morto. Ora non ci si può liberare del proprio denaro se non cercando di comperare un prodotto qualunque. Si vede dunque che il fatto solo della formazione di un prodotto apre all'istante stesso uno sbocco ad altri prodotti.[3]
Questo non è altro che l'enunciato della Legge di Say la quale ci dice che un incremento nella capacità produttiva creerà occupazione e domanda di beni. E' la capacità produttiva la ragione per la quale vengono creati lavori e dalla quale si genera il benessero economico. Perché? Perché un imprenditore non spende il suo tempo a pensare a come creare occupazione, bensì riflette su quale segmento di mercato possa conferire successo alle sue idee. Una volta calcolati i rischi imprenditoriali (es. costi/benefici, profitti/perdite, tassi di interesse sui prestiti,ecc.) e scelta l'attività imprenditoriale, tutte le altre risorse necessarie alla sua sopravvivenza arriveranno di conseguenza. Lo scopo dell'imprenditore non è il fine umanitario, bensì quello di fare profitti.
E questo quello che capì Say: la produttività crea occupazione la quale fa incassare quel denaro che può essere speso per comprare beni/servizi. Quindi lo stato non può arrogarsi il diritto di poter creare lavoro, non ne è in grado. Perché? Perché attraverso la tassazione e la redistribuzione distrugge lavoro e capacità produttiva. Inoltre, sfruttando il principio della stimolazione della domanda, va ad incanalare risorse laddove gli individui non lo riterrebbero più urgente, creando altre bolle e sprecando più ricchezza. Si ccumulerebbero solo altri errori che dovrebbero essere cancellati attraverso una pulizia più dolorosa.
Tutto quello di cui si ha bisogno è solo una cosa: laissez-faire. Permettere agl iindividui di incontrarsi e dire: "Facciamo un affare ad un determinato prezzo." Solo il risultato della loro libera interazione produrrà produttività e consumo in accordo con la volontà del mercato. E sol ocosì assisteremo ad una crescita dei posti di lavoro senza conseguenze inflazionistiche. Ovviamente questo scenario è inviso agli economisti mainstream perché rimuoverebbe dalle loro equiazioni politici, banchieri centrali ed i loro lacché del mondo accademico. Quindi si spinge per un interventismo rampante, appestando l'aere di patetiche scuse che si riveleranno sempre un enorme fiasco.
MANETTE, PISTOLE E DISTINTIVI
Promuovendo l'interventismo, la società odierna è spinta verso un'economia pianificata secondo i capricci di quegli individui che ricoprono il ruolo di dirigenti. Non esiste libero scambio. Non esiste libero mercato. I perdenti posson oessere salvati dalle loro sconfitte se possono ottenere dei privilegi dalla classe dirigente, lasciando che il resto della popolazione sia gravata dalle loro sconsideratezze. Il denaro a basso costo ed i tassi d'itneresse a livelli artificialmente bassi hanno manomesso quel meccanismo di mercato che separava i vincitori dai perdenti: il sistme dei profitti e delle perdite.
Vengono truccati i segnali di mercato e il rischio non veicola più un messaggio vero, conducendo le persone a scegliere strade sbagliate lungo i loro percorsi di investimento e di produzione. Per salvare determinate entità si sacrifica il benessere del resto degl iindividui. Sono gli errori scaturiti da suddette manomissioni che hanno portato alla crisi del 2008 negli USA e a quella del 2010 in Europa.
Salvando colossi del sistema bancario, lo stato e il settore bancario centrale hanno ammesso chiaramente chi stanno difendendo. Ma gli individui ancora credono nel loro intervento magico. Anche se non possono partecipare al banchetto principale, gustando le porzioni abbondanti, alcuni di loro vengono accontentati con briciole. Queste briciole hanno permesso al sistema, così come è strutturato, di andare avanti.
Attraverso il mercantilismo queste briciole sono cadute in quei settori che chiedevano a gran voce un aiuto per essere salvati dai loro errori. Non sono privilegiati, ma le giustificazioni per continuare una truffa non sono mai abbastanza quindi meglio tenere vive certe speranze. Meglio avere un bacino di clientes che sorregga l'illusione che tutto ciò possa andare avanti all'infinito. Coloro che raccolgono le briciole sono pronti a sostenere la truffa e divengono i difensori del sistema attuale; hanno una sola religione: il culto dello stato.
In questo modo non solo aiutano lo status quo a perdurare nel tempo, ma svolgono anche un ruolo attivo nella società affinché gli altri individui vengano fuorviati dalle fallacie di questa politica. Infatti, si muovono per convincere gli elettori che un burocrate dietro una scrivania svolga una funzione solo nell'interesse della popolazione, sanzionando quei lavoratori stranieri che priverebbero altri lavoratori del loro lavoro. Viene quindi veicolata l'idea che i monopoli dello stato siano necessari, che lo scambio tra agenti economici debba essere regolamentato dallo stato, che le statistiche dei burocrati sono superiori alla conoscenza asimettrica nella società. Il mercantilismo non è altro che la sovranità statale sulle azioni degli individui nel mercato.
E' sempre stato così sin dal XVII secolo. Sono cacciatori di clientes per l'apparato burocratico, in cambio di un briciolo di potere interno. In cambio della sicurezza del loro reddito a scapito della scelta del resto della popolazione. Difendono il diritto dell ostato di puntare uan pistola alla tempia di un individuo e dirgli cosa non può commerciare e con chi non può commerciare. Per questo motivo i mercantilisti sono dei difensori dei dazi o altri balzelli sulle importazioni. Lo scopo di queste coercizioni non è il fine fiscale, bensì quello di garantire le cosiddette "briciole" a quelle entità che non riescono a stare in piedi da sole (senza il consenso del mercato) e potrebbero rappersentare un ritorno per lo stato. Viene quindi trasferita ricchezza verso questi produtti inefficienti ed incapaci.
Sono amanti delle pisotle e dei distintivi, credono che la violenza sia la miglior soluzione per allocare le risorse scarse. Credono nelle minacce, nella coercizione, nei monopoli, nello stato. Vogiliono essere visti come amanti della libertà, ma non lo sono. La libera scelta per loro è un'anatema. Scrive Gary North:
Veniamo ora alla questione economica che separa gli economisti dai difensori degli interessi speciali. Ci sono un sacco di presunti capitalisti di libero mercato che gridano le lodi di una concorrenza aperta, ma quando le carte sono sul tavolo, chiedono l'intervento del monopolio, dello Stato coercitivo per impedire agli Americani di commerciare con altri paesi del Mondo Libero. Concorrenza tra Americani, ma non tra aziende Americane e aziende straniere: ecco il grido dei sostenitori dei dazi. Il fatto che meno del 5% della nostra economia è direttamente coinvolta nel commercio con l'estero non sfiora affatto questi appassionati: il libero commercio è la "distruzione" dell'altro 95% dell'economia Americana! In qualche modo, i principi del capitalismo operano solo entro i confini nazionali. In qualche modo l'intervento dello Stato "proteggerà" gli Americani. Il classico di Henry Hazlitt, Economics in One Lesson, distrugge così esaustivamente gli argomenti dei sostenitori dei dazi che non è rimasto nulla della loro posizione; ancora continuano a venire. Per due secoli la loro posizione è stata intellettualmente in bancarotta; ma ancora continuano a venire. I dazi danneggiano tutti i consumatori ad eccezione di quelli sussidiati dall'intervento dei dazi, ad esempio, le "industrie nascenti" come l'acciaio o il tessile. Eppure, i sostenitori dicono che tutti gli Americani sono "protetti." La logica dell'economia non pare penetrare le menti altrimenti razionali.
Il capitalismo di libero mercato trasferisce la ricchezza a quei produttori che possano servire meglio i clienti, secondo quanto stabilito dagli stessi clienti. I mercantilisti si concentrano sui desideri dei produttori nazionali, non sui desideri dei clienti. Vogliono proteggerli quando i produttori stranieri producono merci migliori. Sono sempre pronti ad usare la violenza dello stato per proteggere i produttori nazionali. Sono stati capitalisti clientelari per 350 anni. Il libero scambio significa libera scelta. Gli amanti del potere odiano la libera scelta, così come odiano il libero commercio. E questo è stato un concetto chiaro sin dal 1752 quando David Hume scrisse:
Il commercio estero, con le sue importazioni, fornisce i materiali per i nuovi manufatti; e con le sue esportazioni, produce lavoro in merci particolari, che non potevano essere consumate in patria. In breve, un regno, che ha una grande importazione ed esportazione, deve abbondare di più con l'industria, e di quella impiegata nelle prelibatezze e nei lussi, rispetto ad un regno che si appoggia alle sue materie prime autoctone. E', quindi, più potente, così come è più ricco e felice. Gli individui raccoglieranno i benefici di questi prodotti, fintanto che gratificheranno i sensi e gli appetiti. E la popolazione ci guadagna anche, mentre uno stock più grande di lavoro è, in questo modo, accumulato nei confronti di qualsiasi esigenza pubblica; vale a dire un numero maggiore di uomini laboriosi sono mantenuti, che potrebbero essere deviati dal servizio pubblico, senza derubare nessuno del necessario, o anche le convenienze principali della vita.[4]
CONCLUSIONE
In sintesi, è più facile che una cazzata abbia vita più lunga rispetto alla confutazione della stessa. La maggior parte delle volte coloro che proferiscono simili scempiaggini non vengono chiamati a rispondere dei loro (s)ragionamenti. Infine, la competenza costa più dell'incompetenza e necessita di un lasso di tempo maggiore affinché viaggi a tutte quelle orecchie che hanno prestato ascolto all'incompetenza. Tempus fugit, e quindi le persone non sempre sono disposte ad ascoltare.
Questo fornisce all'incompetenza un enorme vantaggio competitivo ed un ampio bacino di orecchie molto ricettive. E' una cosa che vale per la teoria del lavoro, per l'oro, per la creazione di lavoro, per il mercantilismo, ecc. Non esiste un solo argomento che ne sia immune.
Drizzate bene le orecchie quindi, e chiedetevi sempre: "A che prezzo?"
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Note
[1] Gary North, Marx’s Religion of Revolution (Nutley, New Jersey: Craig Press, 1968), capitolo 5.
[2] Ludwig von Mises, The Theory of Money and Credit, (New Haven, Conn.; Yale University Press [1912] 1953).
[3] J.B. Say, Traité d'économie politique, Libro I, Cap. XV, pp. 141-142.
[4] David Hume, Political Discourses, Part II, Essay I.
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